L’Italia conta 7.894 comuni. Di questi, oltre 3.800 appartengono alle cosiddette aree interne, territori che rappresentano quasi la metà dei comuni italiani, coprono il 58,8% della superficie nazionale e ospitano circa 13,4 milioni di persone, pari a quasi un quarto della popolazione. Non si tratta di una definizione geografica né di un sinonimo di montagna. Le aree interne sono individuate in base alla distanza dai servizi fondamentali: istruzione, sanità e mobilità. Sono i comuni lontani dai cosiddetti poli, quei centri in grado di offrire un’offerta scolastica superiore completa, un ospedale con Dipartimento di Emergenza e Accettazione (DEA) di primo livello e una stazione ferroviaria adeguata ai collegamenti territoriali.
Ma la vera distanza che pesa non è soltanto quella misurata in chilometri. È la distanza dalle opportunità.
È questo uno degli elementi più interessanti che emerge dal recente dossier del CREA – Centro Politiche e Bioeconomia, realizzato nell’ambito dell’Osservatorio sullo sviluppo locale della Rete Nazionale PAC. Analizzando 7.676 comuni rurali italiani, lo studio dimostra che lo spopolamento continua a rappresentare un fenomeno strutturale, ma non è né uniforme né inevitabile. Anzi, ben 3.752 comuni registrano oggi un saldo migratorio interno positivo. Significa che, nonostante tutto, esistono territori capaci di attrarre nuovi residenti e nuove attività.
La differenza non dipende esclusivamente dalla posizione geografica o dalla distanza dai grandi centri urbani. A fare la differenza è soprattutto la capacità di creare lavoro, servizi e qualità della vita. Dove esistono economie locali dinamiche, servizi di prossimità e una forte capacità progettuale, anche i territori periferici riescono a contrastare il declino demografico.
Cosa spinge a restare e cosa induce a partire nelle aree rurali italiane.
Fonte: Osservatorio sullo sviluppo locale nelle zone rurali della Rete Nazionale PAC (CREA), giugno 2026.
In questo scenario l’agricoltura assume un ruolo che va ben oltre la produzione di cibo. L’impresa agricola diventa presidio del territorio, manutenzione del paesaggio, tutela della biodiversità, prevenzione del dissesto idrogeologico, ma anche fattore di coesione sociale e di sviluppo economico. Le aziende agricole mantengono vive filiere locali, sostengono l’artigianato, alimentano il turismo rurale, favoriscono l’economia di prossimità e contribuiscono a mantenere servizi che altrimenti sarebbero destinati a scomparire.
È proprio questa capacità di intrecciare economia, ambiente e comunità che rende oggi l’agricoltura uno degli attori strategici della rigenerazione territoriale. Non come settore isolato, ma come elemento di connessione tra imprese, enti locali, associazioni, cittadini e istituzioni.
Il dibattito europeo sul Right to Stay, il diritto di poter scegliere di restare nel proprio territorio, va esattamente in questa direzione. Restare non significa opporsi al cambiamento, né immobilizzare le persone nei luoghi in cui sono nate, ma creare le condizioni perché possano scegliere di rimanere, tornare o costruire un nuovo progetto di vita in quei territori. Significa poter lavorare, accedere ai servizi sanitari, usufruire di una mobilità efficiente, disporre di connessioni digitali adeguate e trovare un contesto sociale capace di generare futuro.
Per questo il tema dei servizi diventa centrale. La digitalizzazione della pubblica amministrazione rappresenta una grande opportunità, ma rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di esclusione se non viene accompagnata da una rete di presìdi territoriali.
Nei piccoli comuni, dove la popolazione è mediamente più anziana e il divario digitale resta significativo, la progressiva riduzione dei servizi di prossimità e degli sportelli di assistenza rischia di ampliare ulteriormente le disuguaglianze.
La transizione digitale non può tradursi nell’abbandono fisico dei territori: al contrario, richiede una presenza ancora più forte di strutture capaci di accompagnare cittadini e imprese nell’accesso ai servizi.
Lo stesso CREA individua nella capacità progettuale una delle principali sfide della futura programmazione europea 2028-2034. Molti piccoli comuni soffrono una cronica carenza di personale tecnico e amministrativo. Mancano competenze per progettare, intercettare risorse, costruire partenariati e accompagnare imprese e comunità lungo percorsi di sviluppo. Senza questa infrastruttura immateriale, anche le migliori politiche rischiano di rimanere sulla carta.
È qui che il mondo agricolo può svolgere un ruolo decisivo. Le organizzazioni professionali, le cooperative, i Gruppi di Azione Locale, il terzo settore e gli enti locali possono costruire un sistema capace di integrare sviluppo economico, innovazione sociale e servizi. L’agricoltura non è soltanto un comparto produttivo, ma un’infrastruttura civile, capace di tenere insieme persone, imprese e territori. La sfida delle aree interne, in fondo, riguarda l’intero Paese. Se quasi il sessanta per cento del territorio nazionale continua a perdere popolazione, servizi e imprese, non è soltanto un problema di chi vive nei piccoli comuni. È una questione di equilibrio economico, ambientale e sociale dell’Italia. La vera rigenerazione non passerà soltanto da nuove strade, dalla banda larga o dai finanziamenti europei. Passerà soprattutto dalla capacità di ricostruire comunità, rafforzare i servizi di prossimità e riconoscere all’agricoltura il ruolo di motore di uno sviluppo territoriale che tenga insieme lavoro, qualità della vita e coesione sociale. Solo così il diritto di restare potrà diventare una possibilità concreta e non una semplice dichiarazione di principio.